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Siracusa la città delle Regine

di Marco Monterosso
siracusa

Tra il 1292 e il 1536 un vasto territorio, tra cui la città di Siracusa, fu assegnato, dai sovrani aragonesi, in appannaggio alle regine Siciliane.

Gli introiti derivanti dalla camera reginale, rappresentando di fatto il bene dotale di maggior pregio delle regine, consentivano il mantenimento del loro status. Nel corso dei secoli, in relazione anche alle diverse congiunture politiche ed economiche del regno, la camera cambiò più volte la sua composizione territoriale tuttavia la città di Siracusa ne rappresentò sempre il centro più importante.

In realtà, lungo tutta la sua esistenza e nonostante una certa prosperità economica e crescita demografica attestata nella prima metà del XV secolo, i siracusani mal soffrirono questa loro particolare condizione giuridica.

L’effettivo governo delle regine sulla camera fu tra l’altro limitato, se non letteralmente impedito, da usurpazioni e aspri conflitti sociali, che nella seconda metà del Trecento consentirono a Manfredi Chiaramonte (1349-1355), Orlando Aragona (1355-1361) e Giacomo Alagona (1365-1391), di esercitare un dominio pressoché incontrastato sulla città. L’Alagona, che dal 1377 esercitava sulla città una vera e propria signoria urbana, arrivò al punto di impossessarsi del sigillo del cancelliere adoperando la “intitulatio” dalla regina Maria. Nel 1388 respinse inoltre la nomina sovrana, a vescovo di Siracusa di Giacomo China, sostenendo al suo posto quella di Tommaso Herbes, che fu consacrato da papa Urbano VI.

Dopo la morte dei due Martini nel 1410, lo scontro tra la regina Bianca di Navarra, e il maestro giustiziere Bernat Cabrera, assunse i tratti di una vera e propria guerra civile. I siracusani, schierati dalla parte del Cabrera, bombardarono il Castello Marquet, dove era stata costretta a rifugiarsi la regina. Nonostante il trattato di pace tra i siracusani e Bianca del 1412 e l’atteggiamento remissivo della stessa regina, i siracusani continuavano però a chiedere la reintegrazione definitiva al demanio regio.

Siracusa la città delle Regine
– Città appartenenti alla Camera reginale nel 1415 –

Nel 1420, nonostante Alfonso “il Magnanimo” e la moglie Maria di Castiglia, con il trasferimento in città di tutti gli uffici di governo della camera, elevarono Siracusa al ruolo di “capitale”, un’assemblea generale, convocata “in magno numero de populo”, decretò all’unanimità che la città voleva vivere e morire sotto l’autorità regia. I siracusani giurarono fedeltà alla loro regina l’anno successivo e solo dopo che un commissario regio, inviato in città, aveva minacciato di infliggere la pena di morte agli ufficiali civici che si rifiutavano di sottomettersi.

Nel 1443, a causa di una carestia, aggravata dalla guerra, la fazione popolare insorse contro i giurati facenti parte dell’oligarchia cittadina, uccidendone uno. L’episodio si ripeté in forma più grave nel 1438, quando al grido di “Viva il re !”, la popolazione incendiò molte case, costringendo i proprietari a fuggire. Le distruzioni si rivolsero soprattutto contro i beni dei nobili, in particolare dei castigliani legati alla regina, ma anche contro alcuni influenti membri della comunità giudaica. I castelli in mano alle truppe regie furono assediati con l’ausilio di macchine da guerra e con la costruzione di ponti e fossati.

Il viceré, Ximénez de Urrea, che si trovava in quel momento a Noto, si recò subito a Siracusa ma si limitò ad emanare una serie di provvedimenti utili solo a placare gli animi. Partendo lasciò la città nelle mani di Giovanni Ventimiglia, già viceré di Sicilia e ammiraglio del regno, che nominato “capitano generale a guerra” fu dotato di poteri eccezionali. Il Ventimiglia, intenzionato a placare la situazione nel più breve tempo possibile, con un celebre inganno, riportato da tutti i cronisti siracusani successivi, pose fine alla rivolta, facendone decapitare i capi.

Il 22 ottobre 1458 Giovanni II assegnò la camera di Sicilia alla seconda moglie Giovanna Enríquez ma già nel marzo dell’anno successivo il partito contrario alla restaurazione della camera fece scoppiare sommosse, che dovettero essere represse dal governatore.

Nel 1499 il vescovo Dalmau, per un tafferuglio scoppiato con gli uomini del governatore, che rimase ferito, fu imprigionato mentre un suo servitore venne giustiziato. Il vescovo, seppur liberato il giorno dopo per la minaccia di una sollevazione popolare, scomunicò il governatore Margarit e fulminò la città con un interdetto.

Siracusa la città delle Regine

Nel primo decennio del Cinquecento si ribellarono anche altre città appartenenti alla camera, nel 1516 la popolazione di Lentini, aizzata dall’aristocrazia locale, entrò a Siracusa, occupò il castello Maniace e chiedendo il ritorno al demanio regio, cacciò la moglie e i figli del governatore. Il caos provocato dal tumulto popolare fu molto grave: “ne scaturirono la disobbedienza degli ufficiali e la creazione illegale di nuovi funzionari pubblici, bandi e uccisioni, l’occupazione dei castelli e di beni demaniali, la liberazione dei prigionieri e il mancato pagamento delle gabelle”.

Nel 1528 si ebbe non solo un nuovo scontro tra il vescovo e il governatore, per una disputa sulle “precedenze” ma anche l’ammutinamento dei soldati del presidio di Castello Maniace che, pretendendo un aumento della paga, incendiarono numerosi palazzi tra cui quello vescovile.

Alla morte della regina Germana, il 15 ottobre 1536, Carlo V pensò bene di abrogare definitivamente la Camera reginale.

 

Sulla camera reginale indispensabile la lettura di: G. Agnello, Ufficiali e gentiluomini al servizio della corona. Il governo di Siracusa dal Vespro all’abolizione della Camera reginale, Micheli, 2005

di Marco Monterosso

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