Invito a riportare al dialogo tutte le parti in causa, a prescindere dai titoli di legittimità
Una lettera aperta a firma di Giuseppe Magrì, già componente della direzione nazionale di Cittadinanzattiva, interviene sul dibattito in atto sul caso del ricongiungimento con la madre biologica imposto ad una bimba di 7 anni con ben 4 tentativi falliti di prelievo coatto.
“Salomone è morto. Quale giustizia si cela dietro un provvedimento perentorio di ricongiungimento che, pur tecnicamente legittimo, non sa tenere in debita considerazione la volontà e il trauma del minore che dovrebbe tutelare?
Scriverne pubblicamente sembra voler quasi urtare la suscettibilità di chi amministra la giustizia ma non è così. Sia chiaro: nessuno, e tantomeno il sottoscritto, intende muovere critiche preconcette o giudicare l’operato di chi è preposto a esprimersi. Il problema è un altro. Intervenire su una questione così complessa impone un’attenzione estrema: l’argomento è talmente sensibile che è facile scadere in opposte tifoserie da social network, ahimè, troppo spesso senza capo né coda.
Tuttavia, non parlarne, non porsi legittime domande, spegnere i riflettori e ignorare le reazioni della bambina è impossibile. Parliamo di una minore che rifiuta il distacco singhiozzando, piangendo e dimenandosi in pubblico, in auto davanti alla Questura o presso i servizi sociali. Una bambina che non vuole lasciare gli “affidatari in vista di adozione” così era qualificata la coppia che aveva la responsabilità della bambina che, dopo oltre quattro anni di convivenza, oggi, si trovano nella condizione di non essere più nessuno per il tribunale e, per intimazione, persino per la bambina stessa.
Due persone finite nelle spire di un meccanismo micidiale, trattate quasi fossero lì per caso e private del diritto di prendere parte attiva al processo. Trasformati, di fatto, in poco più che autisti; due accompagnatori verso l’ignoto, verso una madre biologica che la piccola non ricorda affatto e non considera tale. E’ necessario prenderne atto.
La tragedia che le ha portate in Italia è una storia incredibile: madre e figlia separate già alla partenza dalle coste del Nord Africa, poi mille traversie, fino al ritrovamento della minore, nel frattempo in affido in vista di adozione. Nelle cronache di queste settimane abbiamo letto di tutto: da chi romanza la vicenda con dettagli verosimili ma inverificabili sulla fuga da un contesto raccapricciante, a chi ne fa esclusivamente una questione di cuore e di affetti consolidati.
È necessario, con convinzione, uscire da questo schema e riportare subito al centro l’interesse della bambina. I legittimi diritti della madre biologica non possono diventare prevalenti quando la sofferenza della minore è così palese.
Io quella bambina l’ho vista in auto, mentre urlava che non voleva scendere. Ho visto gli agenti in divisa avvicinarsi alla vettura per condurla nella “stanza rosa” e subito dopo costretti ad allontanarsi per non farla agitare ulteriormente. Quattro tentativi di ricongiungimento coatto sono un accanimento a danno di un minore. È già così un numero di volte esagerato, un percorso doloroso per tutte le parti coinvolte.
Tutto questo non è accettabile, oltre a non essere per nulla salomonico. L’auspicio è che tutte le parti in causa – a prescindere dai freddi titoli di legittimità – possano essere ascoltate e partecipare attivamente. Solo così si potrà aiutare a compiere, nel miglior modo possibile, ogni passo utile a un affrancamento che possegga almeno l’odore dell’umanità. Procedere come si è fatto fin qui, è solo cieco dolore. E di salomonico non ha proprio nulla”.
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