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a cura di Rosario Lo Bello

Concetto Lo Bello – Storie e momenti di vita tratti dall’archivio di famiglia

Concetto Lo Bello - Storie e momenti di vita tratti dall'archivio di famiglia

Si può acquistare il volume sul grande arbitro siracusano all’associazione [email protected] Il ricavato sarà devoluto in beneficenza

“Concetto Lo Bello” – Storie e momenti di vita tratti dall’archivio di famiglia è il tutolo del libro a cura di Rosario Lo Bello, presentato al Museo archeologico Paolo Orsi.

Il volume sul grande arbitro siracusano  si può acquistare all’associazione [email protected] Il ricavato sarà devoluto in beneficenza.

QUELLO CHE FU UN ARBITRO VERO
Prefazione di Gianni Minà

Sfioravo i vent’anni, la mia famiglia si era appena trasferita a Roma e papà, segretario della federazione calcio, quella domenica di primavera del ’58 aveva portato me e mio fratello Enzo a Napoli per vedere Napoli – Juventus, anche se in casa esisteva una sola fede, quella per il Torino 5 volte campione d’Italia e simbolo del Paese che nel dopoguerra cercava un riscatto.

La Juve era quella strepitosa di Charles, Sivori, e Boniperti voluta da Umberto Agnelli. Ma il Napoli non era da meno, trascinato da quel fuoriclasse brasiliano, Vinicio, detto “O’ Lione”, e completata da compagni di valore come il portiere Bugatti, il terzino Comaschi, il petisso argentino Pesaola (che sarebbe diventato, 11 anni dopo, un allenatore capace di vincere uno scudetto guidando la Fiorentina) e infine Di Giacomo detto “Gegè” o “O’ bersagliere”.

Stipate nel vecchio stadio del Vomero c’erano 50 mila persone e forse altrettante in attorno allo stadio. Era, sulla carta, una partita che non si poteva giocare, perché oltretutto aspettando l’inizio, alcune migliaia di persone erano tracimati in campo.

Fra loro anche la famiglia Minà. Fu invece una partita regolare e strepitosa perché l’arbitro, Concetto Lo Bello di Siracusa, ebbe il coraggio di prendersi la responsabilità di farla disputare anche se in quelle condizioni, con la gente in campo.

Oggi sarebbe sicuramente impossibile e non solo perché la maggior parte degli spettatori sono diventati ovunque seguaci dell’insensata ideologia ultrà, ma perché non esiste più un direttore di gara, forte come Don Concetto di una personalità tale da tenere al suo posto tutti i giocatori e, se mi permettete, anche i responsabili alla sicurezza, spesso, ancor di più in questi ultimi tempi, inadeguati al compito.

Certo il mondo è cambiato, l’educazione, la disciplina e l’etica sono concetti aleatori e la gente, per tanti motivi, accettabili e no, non è più bonaria come una volta e più che reagire agli errori dei protagonisti in campo ha scelto lo stadio come “sfogatoio” delle sue contrarietà e frustrazioni giornaliere.

Ma se hai una struttura mentale superiore e un fisico che mette soggezione come aveva Concetto Lo Bello, forse potresti perfino ripetere la sfida che lo storico arbitro di Siracusa vinse in quel pomeriggio di primavera al vecchio Vomero.

Io non so se poteva farlo, ma la personalità sta proprio nel fatto che si inventò la soluzione prendendosi ogni responsabilità e con assoluta sicurezza. La partita fu bellissima.

Segnò prima Vinicio, pareggiò Stacchini Juventino – romagnolo che dicevano fosse il fidanzato di Raffaella Carrà, poi il Napoli andò di nuovo in vantaggio con Brugola, per essere poi rimontato ancora da Stacchini, il 3 a 2 fu dovuto a una nuova prodezza di Vinicio, ma un mediano friulano, Montico, pareggiò ancora per i bianconeri. Infine, a due minuti dalla fine, l’ala Bertucco mandò in paradiso una città.

D’altro canto il Napoli, quell’anno 4° nella classifica finale, fu l’unica squadra a battere due volte la grande Juventus capace in quella stagione di vincere il suo decimo scudetto, e in questo caso senza pericolo di dispute postume.
Malgrado ciò a Umberto Agnelli, dopo una sconfitta della Juventus con l’Inter per 4 a 2 in casa, scappò detto l’inusuale: “Lei, Lo Bello, non arbitrerà più la Juve”, ma poi dovette scusarsi pubblicamente e poiché il nostro paese non si smentisce mai, non tanti anni dopo ad un arbitro così intransigente e inflessibile che aveva fischiato tre rigori per il Napoli in una partita persa dalla Spal di Ferrara, il ministro delle Finanze Preti, nativo del luogo, ordinò un’indagine fiscale, finita ovviamente nel niente.

Era un uomo tutto d’un pezzo Lo Bello, che si distinse anche quando per la prima volta invitato alla Domenica Sportiva, per commentare un Juventus – Milan finito 1 a 1 e dove, secondo alcuni, aveva negato un rigore sacrosanto al Milan (fallo di Morini su Bigon), fu il primo direttore di gara ad ammettere seccamente e in diretta televisiva: “il giocatore è stato più furbo di me che non avevo la moviola”.

Ci voleva personalità allora per fare questa affermazione e per non avere incertezze, per esempio l’anno successivo, nell’espellere in un Lazio – Milan finito 2 a 1, con l’allenatore dei rossoneri Nereo Rocco che salutò la decisione, a lui avversa sull’attenti e con la mano alla visiera.

Era l’immagine del calcio bonario di allora, dove Lo Bello trattava Juve e Milan con la stessa severità e malgrado fossero vicendevolmente antipatici l’uno all’altro, non cadde mai, per esempio, nella debolezza di espellere il saccente capitano del Milan, il “bambino d’oro”, Gianni Rivera, uno dei primi calciatori ad avere, da noi, la padronanza della lingua italiana e di se stesso.

Ho un ricordo tenero del duro Lo Bello perché fu un reportage su questo arbitro, capace, quando fu eletto assessore, di far nascere a Siracusa la Cittadella dello Sport, a mettermi in carriera in quella televisione del racconto che ha marcato la mia vita professionale.

La passeggiata in carrozzella attraversando Siracusa, la città di Archimede, dove Don Concetto mi rivelò di essere simpatizzante dell’Inter è diventato un classico della televisione dei primordi, della televisione che era ancora servizio pubblico.

Gianni Minà

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