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Punta della Mola: la storia di un “paradosso” dagli anni ’80 ad oggi

punta della mola

L’intervento a firma di Pippo Ansaldi per il Comitato per i Parchi

Una nota del Comitato per i Parchi a firma di Pippo Ansaldi ricostruisce la vicenda di Punta della Mola, che definisce un paradosso, rievocando tutti i passaggi dagli anni ’80 ad oggi.

“La privatizzazione di Punta della Mola ha origine agli inizi degli anni ’80, quando il Demanio Marittimo avviò le procedure di sdemanializzazione — per motivi economici — del tratto di costa denominato Demanio di Massa Oliveri, trasferendolo al Demanio dello Stato. Nel 1982 quel “luogo dell’anima”, già profondamente alterato e manomesso dall’insediamento logistico della Guardia di Finanza, fu così declassato da bene pubblico (demanio) a bene alienabile, e successivamente messo all’asta presso l’Intendenza di Finanza di Catania con il parere favorevole e condizionato della Soprintendenza di Siracusa.

Punta della Mola è un luogo di incomparabile bellezza paesaggistica e panoramica, custode di testimonianze storiche di grande rilievo. Nella parte estrema si trovano antiche latomie da cui si estraevano materiali lapidei per edifici, monumenti e templi di Siracusa; nella zona settentrionale, oggi in parte sommersa e erosa dal mare, sono ancora visibili tracce di carreggiate e suggestive escavazioni circolari di epoca ellenistico-romana, interpretate come siloi per la conservazione di derrate alimentari o come fornaci per la calce.

È inoltre attestata la presenza di una necropoli con tombe a pozzetto risalenti al Bronzo Medio (1550–1330 a.C.) oggetto di studi operati e documentati da Paolo Orsi e dei resti della batteria militare “Emanuele Russo”, con ruderi degli alloggi, della centrale di tiro, delle tre postazioni dei cannoni e degli uffici sotterranei del comando, oggi in condizioni di estremo degrado.

Questo immenso patrimonio paesaggistico e archeologico esisteva già nel 1982, quando il Demanio di Massa Oliveri fu messo all’asta, per essere poi venduto nel 1986, nella totale indifferenza della politica locale e del mondo culturale. Ancora più grave fu l’assenza di qualunque istituzione che, pur avendo il dovere di tutelare l’interesse pubblico e quello delle future generazioni, sentisse l’esigenza di partecipare all’asta, oppure di esercitare la propria prelazione come nel caso dei beni culturali. Così Punta della Mola, appartenente al patrimonio disponibile dello Stato (Fondo Massa Oliveri), fu aggiudicata al miglior offerente per 391.380.000 di lire. La società Elemata Maddalena subentrò nella proprietà nel 2009, consolidando il possesso dell’intera area per il progetto del resort.

Il “paradosso di Punta della Mola”

Punta della Mola è un sito dal valore inestimabile, vittima non di una fatalità, ma di una sequenza di omissioni e scelte deliberate — tecniche, politiche e sociali.

È corretto affermare che la Soprintendenza disponesse degli strumenti legali per tutelare l’area. La normativa italiana (oggi confluita nel Codice dei Beni Culturali, D.Lgs. 42/2004) consente infatti l’apposizione di vincoli preventivi.

La classificazione urbanistica C12 (ricettività turistico-alberghiera) a suo tempo assegnata dal Comune nel PRG, rappresenta il peccato originale. Attribuire a un’area costiera vergine una destinazione d’espansione significa, di fatto, aprire la strada alla cementificazione. Nel 2007, quando il nuovo PRG confermò la classificazione C12, già presente nel piano di quindici anni prima, la Soprintendenza non richiese l’inedificabilità totale, pur conoscendo l’alto valore archeologico del sito, e accettò un indice di edificabilità basso ma comunque esistente.

Quella scelta creò la base giuridica su cui Elemata fondò legittimamente il proprio progetto. Senza la classificazione C12, nessun investitore avrebbe acquistato quei terreni per realizzare un resort.

La responsabilità del Consiglio Comunale è centrale: la pianificazione urbanistica non è un atto tecnico neutro, ma l’espressione politica della visione di un territorio. Se il Comune pianifica l’edificabilità nelle aree a monte e lo Stato vende l’unico sbocco a mare, cioè punta della Mola, il valore nelle compravendite successive cresce in modo esponenziale per chi investe compattando circa 60 ettari.

La responsabilità della comunità e della cultura

Nel 1982 , e forse ancora nel 2007, la sensibilità ambientale e archeologica non era quella odierna. Il mito dello “sviluppo” identificava il progresso con edilizia e turismo di massa. Le associazioni culturali erano spesso concentrate sul monumento isolato, non sul paesaggio come organismo unitario.

Senza una comunità consapevole, non si genera quella pressione sociale capace di frenare decisioni miopi. La reazione arrivò quando ormai “le ruspe ideologiche” erano già entrate in campo.

In sintesi, una responsabilità diffusa: a) omissione tecnica e amministrativa della Soprintendenza, b) visione predatoria o miope del territorio da parte della Politica, c) distrazione culturale della Società civile.

Il risultato è che Punta della Mola è divenuta simbolo del conflitto tra diritto privato e interesse collettivo. La mancata apposizione del vincolo prima della privatizzazione ha creato un vulnus giuridico che ha reso ogni battaglia successiva più complessa e onerosa.

La mobilitazione e la “Variante della Bellezza”

Nel 2010 nasce SOS Siracusa, un coordinamento di associazioni ambientaliste che avvia una mobilitazione straordinaria. A fine anno il Consiglio Comunale approva l’atto di indirizzo per modificare la destinazione d’uso delle aree interessate dal progetto Elemata tramite la cosiddetta Variante della Bellezza (VdB). Il 4 agosto 2011 la variante viene approvata nonostante i pareri contrari di Territorio e Ambiente, Genio Civile, Avvocatura Comunale e uffici tecnici.

La VdB, pur viziata e poi annullata, funzionò di fatto come un meccanismo di stallo che permise al Piano Paesaggistico Regionale (PP), strumento gerarchicamente superiore, di essere adottato e bloccare definitivamente il progetto edilizio.

Perché la VdB fu decisiva, pur essendo illegittima

·         Creò un rallentamento procedurale di circa un anno.

·         In quel tempo il Piano Paesaggistico fu adottato (2012) con l’imposizione di un vincolo di Livello 3 (massima tutela).

·         La giurisprudenza, culminata nella sentenza del CGA dell’aprile 2025, ha stabilito che la tutela paesaggistica prevale su ogni scelta urbanistica comunale. Questa prevalenza si traduce nell’obbligo per i comuni di conformare i propri strumenti urbanistici ai Piani Paesaggistici e nell’impossibilità per i privati di invocare previsioni di piano più favorevoli per giustificare interventi in zone vincolate.

Da quel momento, il progetto del resort a monte di Elemata divenne giuridicamente impraticabile.

Responsabilità e percezioni

L’opposizione al privato nacque perché il resort era la minaccia più visibile e immediata. Ma la responsabilità storica della vendita di quel paradiso ricade interamente su una politica e una burocrazia che non hanno tutelato l’area sdemanializzando il promontorio di Punta della Mola e classificando come edificabile tutte le aree oltre i 150 matri dalla linea di costa verso l’entroterra. Elemata ha semplicemente attraversato una porta lasciata aperta dalle istituzioni, porta che non avrebbe mai dovuto esistere in un sito archeologico di tale valore.

È sempre più facile prendersela con chi compra che con chi, pagato per vigilare, ha lasciato il cancello aperto.

Lo stato attuale: Resort vs Casematte

Le sentenze del 2025 hanno definito due scenari:

1.      Il resort extralusso è definitivamente bloccato dal Piano Paesaggistico Regionale.

2.      Il permesso per le casematte (“riqualificazione di un lotto costiero nell’area di Punta della Mola con restauro e consolidamento dei fabbricati”) è stato annullato per l’assenza della VIncA (Valutazione di Incidenza Ambientale), ma l’intervento potrebbe essere riproposto se tale autorizzazione, il cui esame è in corso, dovesse sopravvenire, salvo il rispetto delle prescrizioni ipoteticamente apposte. Da quasi vent’anni Punta della Mola è ostaggio di un conflitto estenuante. Oggi, però, un punto fermo esiste: il resort non si farà.

Le strutture militari sono per contro al collasso. Il degrado avanza più rapidamente della burocrazia. Nessuna istituzione ha mai proposto un serio progetto alternativo di valorizzazione.

Le casematte non sono solo volumi: sono testimonianze storiche, così come tutte le altre preesistenze archeologiche e naturalistiche. Una collaborazione intelligente potrebbe prevedere nell’area interventi leggeri di valorizzazione — segnaletica, contenuti digitali, punti di sosta — inseriti in un itinerario culturale di alto profilo.

Una coesistenza possibile

La qualità di un intervento privato si misura anche dalla sua capacità di dialogare con il contesto. Per questo sarebbe auspicabile l’apertura di un tavolo di confronto tra Istituzioni ed Elemata, per definire modalità di coesistenza che trasformino Punta della Mola in un esempio virtuoso: un luogo dove il restauro privato contribuisce alla bellezza e alla fruibilità del bene comune.

Rendere possibile:

·         Servitù di passaggio e fruizione pubblica dei beni ambientali, storici e archeologici.

Il privato, in cambio della possibilità di riqualificare le proprie strutture alle condizioni da concordare, dovrebbe rimanere impegnato a garantire accessi al mare e aree archeologiche aperte, sicure e e praticabili. Oltretutto Elemata aveva già assicurato per iscritto aperture, pur contingentate, in questa direzione ma mettendole sul tavolo in cambio di una rivisitazione dei vincoli paesaggistici perché potesse costruire il resort a monte.

Un ente terzo di garanzia

La gestione della fruizione pubblica non può gravare solo sul privato. Dovrebbe essere affidata all’Ente gestore della futura Riserva Naturale della Penisola della Maddalena, affiancato dalle associazioni ambientaliste storiche. Questo garantirebbe tutela scientifica e valorizzazione culturale.

Conclusione

In definitiva, Punta della Mola non può più aspettare. Non lasciamo che questa storia lunga vent’anni si concluda sotto un cumulo di macerie. Può diventare il primo vero esempio di come il paesaggio siciliano possa essere difeso e vissuto, insieme”.

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