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La riserva di Cava Grande del Cassibile

di Marco Monterosso
cava grande del cassibile

La riserva naturale orientata di Cava Grande del Cassibile, nonostante il primo provvedimento risalga al 1984, è stata formalmente istituita con decreto dell’assessorato territorio ed ambiente della regione siciliana nr 649 del 13/7/1990

L’area è tipologicamente individuata, ai sensi dell’art. 6 della L.R. n. 14/88, come riserva naturale orientata al fine di: “conservare la vegetazione naturale, ripristinarne la vegetazione forestale mediterranea nonché difendere ed incrementare la fauna mediterranea”.

La RNO è estesa 2.969 ettari, 900 ha nella zona A (riserva) 2069 ha nella zona B (preriserva). Ricade all’interno dei comuni di Noto, Avola e Siracusa ed è gestita dal dipartimento reg. sviluppo rurale e territoriale.

Caratterizza la riserva il fiume Cassibile, l’antico Kakyparis, che vi scorre per tutta la sua lunghezza dal ponte sulla SS 287 nei pressi di località Petracca, al ponte sulla SS 115 in località Valle a Mare, nei pressi della foce. La sorgente principale del fiume, nel tratto iniziale indicato topograficamente come Manghisi, si trova fuori dall’area protetta, nei pressi della contrada Santa Lucia di Mendola.

Il fiume riceve durante il suo corso le acque di tre piccoli affluenti provenienti, da monte a valle, da: Cava Arco-Manghisi, Cava S. Marco-Putrisino e Cava Testa dell’acqua-Buongiorno. Cava Grande è infatti un vero e proprio canyon fluviale che si estende per circa 10 km nell’altopiano ibleo, raggiungendo la sua larghezza massima (1200 mt) presso la confluenza di Cava Passetti.

I versanti toccano la quota più alta presso località Monzello di Pietre (507 mt) mentre in prossimità del belvedere di Avola antica raggiunge la profondità massima (320 mt).

Dato che gran parte delle acque del Cassibile sono captate da una centrale idroelettrica dell’Enel la presenza dell’acqua lungo la cava è garantito da diverse piccole sorgenti, che sgorgano lungo il suo corso.

Il letto del fiume è caratterizzato da una serie di laghetti e marmitte, inframmezzati da gradini morfologici di varia grandezza.

Le anse del fiume e le frane hanno formato, lungo tutta la cava, vari costoni e declivi terrosi in alcuni luoghi quasi pianeggianti, che l’uomo ha occupato e sfruttato per viverci e per coltivare i prodotti della terra.

A questa possibilità di adattamento dell’uomo alle condizioni naturali dell’ambiente si deve la presenza umana nella Cava Grande, con connotazioni e caratteristiche diverse lungo il corso dei secoli e dei millenni.

Le testimonianze più antiche risalgono alla prima metà del IX secolo a.C., quando all’interno della cava rifiorì la cultura di Pantalica.

Risalgono infatti a quei secoli le necropoli di Sant’Anna e di Cugno di Mola che hanno restituito numerosi reperti, legati al corredo funebre dei defunti e antiche ceramiche, gran parte delle quali oggi custodite presso il Museo archeologico “Paolo Orsi” di Siracusa.

La riserva di Cava Grande del Cassibile

Lungo la cava si trovano anche due villaggi rupestri, conosciuti come “Ddieri” (dall’arabo diyar, casa) uno meridionale e uno settentrionale, detto “Grotta dei briganti”.

All’interno di quest’ultimo sono presenti circa venti ambienti artificiali accessibili mediante scalini incisi nella roccia.

Al loro interno è presente una sorgente che, probabilmente sin dall’età araba, fu sfruttata per realizzarvi delle concerie e da cui deriverebbe il toponimo medioevale di “Cunzeria”.

Lungo tutto il corso del fiume, fra il Manghisi e lo sbocco nella pianura costiera, si contano inoltre nove mulini idraulici, la gran parte dei quali ridotti in ruderi.

Appena fuori dalla riserva, al di sopra la strada statale che collega Noto a Palazzolo Acreide, il mulino Cirannà e quello, vicinissimo alla statale, detto Manghisi (o Magnisi).

Al di sotto della strada il mulino Papa e il mulino Pompa, totalmente distrutto dall’alluvione del 1951, seguono il mulino di contrada Petracca, il mulino Barresi in contrada Carrubella e, quasi allo sbocco della cava, i mulini appartenenti al marchese di Cassibile: il Loffredo, detto anche Vecchio, il Toscano e più in basso, oltre lo sbocco, il mulino cosiddetto Nuovo.

La riserva di Cava Grande del Cassibile

La flora di Cava Grande annovera oltre 400 specie vegetali molte delle quali endemiche seppur non esclusive.

Tra le arbustive, di particolare interesse per l’areale ibleo: il Trachelio siciliano (Trachelium lanceolatum), il Ciombolino pubescente (Cymbalaria pubescens), la Perlina di boccone (Odontites bocconei), la Bocca di leone siciliana (Antirrhinum siculum), Tra gli alberi d’alto fusto il Platano orientale (Platanus orientalis).

Tra le rarità è da segnalare invece la presenza di una felce tropicale la Pteris vittata, la riserva ospita inoltre ben 34 specie diverse di orchidee selvatiche, alcune delle quali endemiche della Sicilia.

La riserva di Cava Grande del Cassibile

Per quanto riguarda la fauna, nelle aree sommitali della Cava Grande sono presenti: la coturnice siciliana (Alectoris graeca whitakeri), la volpe (Vulpes vulpes), la lepre (Lepus corsicanus) e in misura minore il coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus) oltre a numerosi rapaci diurni e notturni.

Vivono invece nella cava: l’istrice (Hystrix cristata), la martora (Martes martes), la testuggine terrestre (Testudo hermanni hermanni), la testuggine di palude siciliana (Emys trinacris), il colubro leopardino (Zamenis situla) e la beccaccia (Scolapax rusticola).

Tra gli invertebrati merita una nota il granchio d’acqua dolce (Potamon fluviatile).

La riserva di Cava Grande del Cassibile

La RNO Cavagrande del Cassibile è sicuramente una delle mete naturalistiche più conosciute in Sicilia, questo determina, specie nei mesi estivi, una eccessiva presenza antropica nella zona dei laghetti, sotto il Belvedere, mentre gran parte della riserva e quasi sconosciuta ai più.

Un vasto incendio nel giugno 2014 ha attaccato proprio la zona dei laghetti spingendo l’ente gestore alla chiusura del sentiero più battuto dai turisti, quello di “Scala Cruci”.

Resta comunque aperto il sentiero “Prisa-Carrubbella” e sul versante Nord quello di “Mastra Ronna”.

Presenze eccessive e concentrate e incendi periodici rappresentano le criticità maggiori di un’area protetta che presenta elementi archeologici e naturalistici importantissimi.

L’ente gestore appare tuttavia operare in maniera appropriata, nonostante le croniche carenze di fondi, avendo avviato nel corso di questi anni numerosi interventi di manutenzione e messa in sicurezza dei siti più frequentati.

di Marco Monterosso

 

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